MONASTERO DELLE CLARISSE e CHIESA DI S. STEFANO RELAZIONE STORICA
La chiesa urbana di S. Stefano risale al XIII secolo. Coerenti con tale data solo le caratteristiche dell’edificio, impostato secondo i canoni dell’architettura romanica, ad unica aula orientata con abside a levante e con muri perimetrali in grosse bozze di arenaria.
La “ecclesia Sancti Stephani” è già compresa tra le chiese urbane registrate negli elenchi degli enti ecclesiastici che nell’ultimo quarto del secolo XIII furono tenuti a versare le “decime” alla Sede apostolica “pro subsidio Terre Sancte”. La chiesa doveva già avere funzioni parrocchiali: il suo rettore, il prete Franco, risulta infatti tra i firmatari del Sinodo del 1313.
Sul retro della chiesa vi era un vasto terreno coltivato a vigna (il toponimo è rimasto alla contigua via della Vignaccia), dove in precedenza, agli inizi del secolo XIII, era stato costruito il castello dei Cancellieri, detto di Damiata, distrutto poi agli inizi del Trecento nel corso delle lotte cittadine tra Bianchi e Neri.
La chiesa figura ancora tra le parrocchiali cittadine nel verbale della visita pastorale del vescovo Giovanni Vivenzi (23 aprile 1372), ma più tardi, sul finire del secolo, la chiesa, con gli edifici contigui, fu annessa alla badia di S. Salvatore a Fontana Taona, della quale costitui la succursale cittadina. Risale a questo tempo la trasformazione della chiesa, con la demolizione dell’abside che permise il prolungamento dell’edificio, e la copertura dell’aula con volte gotiche a crociera segnate da massicci costoloni. Furono costruiti anche su una porzione dell’antica vigna alcuni edifici che servivano per ospitare i monaci che dall’abbazia di Fontana Taona venivano nella città.
Dalla fine del Trecento in poi, come conseguenza della sua nuova funzione, la chiesa di S. Stefano non compare più negli elenchi delle chiese parrocchiali cittadine oggetto di visita pastorale. Due secoli più tardi è però registrata nei verbali della visita pastorale del vescovo Lodovico Antinori come oratorio annesso alla badia a Taona (“oratorium S. Stephani unitum abatiae Fontane Taonis”, visita del 14 maggio 1575).
A quell’epoca, però, sia l’abbazia, sia gli oratori dipendenti come quello di S. Stefano, erano già stati affidati in “commenda” da Pio V (1566-1572) alla famiglia florentina del Pazzi, & cu nome è tuttora rimasto al vicolo. Dopo la definitiva soppressione dell’abbazia, tutti i beni passarono
in piena proprietà e disponibilità della famiglia de’ Pazzi. Gli edifici furono usati come sede di fattoria e di amministrazione delle proprietà fondiarie della famiglia nel territorio pistoiese.
